nella
giornata di domani e dopodomani saremo nella missione di Kofele: molto
probabilmente non riusciremo ad accedere ad internet.
Per questo mandiamo a tutti voi un grandissimo abbraccio e un augurio di BUON NATALE
A presto!
Il Clan Uragano del gruppo scout Riccione 1 va in Africa, in Etiopia ad Addis-Abeba, Kofele
lunedì 23 dicembre 2013
Giorno 3 – Karso e Denda
... come mi è stato chiesto riporto qui cio che i ragazzi hanno scritto su Facebook
Una canzone scout che ben conosciamo recita: “la fatica aiuta a crescere”. Quindi nel nostro viaggio è stata, oggi, la volta di rimboccarsi le maniche della camicia e sporcarci le mani.
Dopo una sveglia anticipata alle ore 6 siamo partiti per il villaggio di Karso. Il pulmino, dopo una breve sosta a Kofele, ci ha scaricati nel mezzo di una strada polverosa e abbiamo cominciato a camminare. Qualcuno ci aveva predetto due ore di cammino ma, vuoi per il nostro essere scout, il viaggio è durato solamente quaranta minuti.
Convinti, quindi, di aver terminato con le attività fisiche, per la giornata, siamo arrivati nel piccolo villaggio di capanne di Karso; ma le nostre previsioni si sono rivelate del tutto inesatte: ad aspettaci, infatti, c’era un cumulo di pietre, una catasta di pali di legno e una montagnetta di sabbia da spostare.
A Karso, infatti, dovrà sorgere, costruita con quei materiali poveri ed essenziali, una nuova chiesetta per accogliere la giovanissima comunità cattolica che Padre Bernardo vuole far nascere.
Tra chi ha costituito una catena umana per spostare i sassi, chi ha usato dei logori sacchi rossi per trasportare la sabbia, chi ha trascinato lunghi pali di legno e chi ha animato i bambini del villaggio prima e dopo essere stati a scuola, sono passate le ore della nostra mattinata. Quando oramai i lavori erano sul punto di essere conclusi alcuni di noi hanno avuto la possibilità di sperimentare il viaggio che, ogni giorno, gli abitanti del villaggio devono compiere per raggiungere la fonte d’acqua. Dopo un’ora di sentiero, tra discesa e salita con le taniche piene, siamo riusciti a tornare al villaggio.
A questo punto Padre Bernardo, dopo aver tirato fuori una corda da 7 metri, ha tracciato sulla dura terra della collina la pianta della futura chiesetta: una circonferenza segnata con una serie di canne. Mancava solamente una cosa da fare: per usare le parole di Bernardo abbiamo “tirato giù lo Spirito Santo” su quel luogo, su quella futura terra di culto. La cerimonia è stata semplice, ma molto toccante; soprattutto perché con essa comincia una nuova avventura alla quale, ne abbiamo avuto la certezza, abbiamo partecipato anche noi.
Terminato questo momento abbiamo usufruito ancora una volta della generosissima ospitalità di questo popolo e, dopo esserci stretti nella capanna di fronte alla futura chiesa, abbiamo pranzato: oltre al piatto tipico, simile alla polenta, che abbiamo mangiato il primo giorno, ci è stato offerto del capretto in una salsa piccante (che ha messo a dura prova molti di noi) e l’injera (una sorta di piada umida e spugnosa dal gusto leggermente acido).
Salutato anche il villaggio di Karso, non prima che il capo famiglia ci invitasse a tornare il prossimo anno (magari!!), abbiamo ripreso il cammino inverso ma, una volta risaliti sul pulmino, non siamo tornati verso Shashemene bensì in direzione di un altro villaggio: Denda.
Qui Padre Bernardo, per aiutare la famiglia cristiana che ci vive, ha montato un tendone sotto al quale ci siamo ritrovati con gli abitanti. Con loro abbiamo condiviso il canto e la preghiera e, con nostro stupore, un nuovo pasto. Questo perché, ci hanno detto chiaramente, per loro è importante condividere con noi che veniamo da lontano due cose, ossia la spiritualità e il cibo.
Dopo aver mangiato, e terminato il pasto con una tazza di the alla cannella che ha colpito tutti noi per la sua bontà, è stato un privilegio poter condividere anche la gioia della danza. Anche in questo caso c’è stata la differenza dei due popoli, perché noi ballavamo con i nostri canti mentre loro al solo ritmo del tamburo; ma ciò che era più evidente, al di là delle differenze, era la gioia reciproca di essere lì, in quel momento, in quell’incontro di popoli così caloroso.
A fatica (nonché in ritardo) siamo venuti via.
Una canzone scout che ben conosciamo recita: “la fatica aiuta a crescere”. Quindi nel nostro viaggio è stata, oggi, la volta di rimboccarsi le maniche della camicia e sporcarci le mani.
Dopo una sveglia anticipata alle ore 6 siamo partiti per il villaggio di Karso. Il pulmino, dopo una breve sosta a Kofele, ci ha scaricati nel mezzo di una strada polverosa e abbiamo cominciato a camminare. Qualcuno ci aveva predetto due ore di cammino ma, vuoi per il nostro essere scout, il viaggio è durato solamente quaranta minuti.
Convinti, quindi, di aver terminato con le attività fisiche, per la giornata, siamo arrivati nel piccolo villaggio di capanne di Karso; ma le nostre previsioni si sono rivelate del tutto inesatte: ad aspettaci, infatti, c’era un cumulo di pietre, una catasta di pali di legno e una montagnetta di sabbia da spostare.
A Karso, infatti, dovrà sorgere, costruita con quei materiali poveri ed essenziali, una nuova chiesetta per accogliere la giovanissima comunità cattolica che Padre Bernardo vuole far nascere.
Tra chi ha costituito una catena umana per spostare i sassi, chi ha usato dei logori sacchi rossi per trasportare la sabbia, chi ha trascinato lunghi pali di legno e chi ha animato i bambini del villaggio prima e dopo essere stati a scuola, sono passate le ore della nostra mattinata. Quando oramai i lavori erano sul punto di essere conclusi alcuni di noi hanno avuto la possibilità di sperimentare il viaggio che, ogni giorno, gli abitanti del villaggio devono compiere per raggiungere la fonte d’acqua. Dopo un’ora di sentiero, tra discesa e salita con le taniche piene, siamo riusciti a tornare al villaggio.
A questo punto Padre Bernardo, dopo aver tirato fuori una corda da 7 metri, ha tracciato sulla dura terra della collina la pianta della futura chiesetta: una circonferenza segnata con una serie di canne. Mancava solamente una cosa da fare: per usare le parole di Bernardo abbiamo “tirato giù lo Spirito Santo” su quel luogo, su quella futura terra di culto. La cerimonia è stata semplice, ma molto toccante; soprattutto perché con essa comincia una nuova avventura alla quale, ne abbiamo avuto la certezza, abbiamo partecipato anche noi.
Terminato questo momento abbiamo usufruito ancora una volta della generosissima ospitalità di questo popolo e, dopo esserci stretti nella capanna di fronte alla futura chiesa, abbiamo pranzato: oltre al piatto tipico, simile alla polenta, che abbiamo mangiato il primo giorno, ci è stato offerto del capretto in una salsa piccante (che ha messo a dura prova molti di noi) e l’injera (una sorta di piada umida e spugnosa dal gusto leggermente acido).
Salutato anche il villaggio di Karso, non prima che il capo famiglia ci invitasse a tornare il prossimo anno (magari!!), abbiamo ripreso il cammino inverso ma, una volta risaliti sul pulmino, non siamo tornati verso Shashemene bensì in direzione di un altro villaggio: Denda.
Qui Padre Bernardo, per aiutare la famiglia cristiana che ci vive, ha montato un tendone sotto al quale ci siamo ritrovati con gli abitanti. Con loro abbiamo condiviso il canto e la preghiera e, con nostro stupore, un nuovo pasto. Questo perché, ci hanno detto chiaramente, per loro è importante condividere con noi che veniamo da lontano due cose, ossia la spiritualità e il cibo.
Dopo aver mangiato, e terminato il pasto con una tazza di the alla cannella che ha colpito tutti noi per la sua bontà, è stato un privilegio poter condividere anche la gioia della danza. Anche in questo caso c’è stata la differenza dei due popoli, perché noi ballavamo con i nostri canti mentre loro al solo ritmo del tamburo; ma ciò che era più evidente, al di là delle differenze, era la gioia reciproca di essere lì, in quel momento, in quell’incontro di popoli così caloroso.
A fatica (nonché in ritardo) siamo venuti via.
Etiopia - Italia: Le Pagelle
(Analisi sportiva della partita by Para, Gala, Riga, Fruda)
Fruda: Scalpita a bordo campo, ha saggi consigli per tutti ma che spesso si perdono nel polverone. Motivatore fondamentale dell’intervallo. Il Mister. Voto 10
Pingu: Dopo la papera sul primo goal si trasforma nel portierone, subisce un’altra rete su errore difensivo, ma attento evita il terzo. Saracinesca. Voto 7
Crebbe: Un turbante davanti alla difesa, baluardo della squadra, sempre attento, re del campo. Lo Sceicco.Voto 7.5
Richi: Alza il polverone con grinta e tenacia, con la palla al piede un treno sulla fascia. L’Etiope Bianco.Voto 7.5
Filo: Ultimo uomo, ma non per importanza, i suoi interventi difensivi spazzano l’area di rigore. The Wall. Voto 8
Trava: Immola il suo sangue sul campo lottando su ogni pallone, talvolta macellaio ma con attenzione. Ruzzolone.Voto 8.5
Matteo: Gli avvoltoi si aggirano sul campo ma senza paura corre sotto il sole, la fascia è sua. Il Pirata. Voto 8
Mula: Lavora in segreto, fa il lavoro sporco e fa girare il pallone nascondendosi nella sabbia. Ninja. Voto 7
Moscio: Il soprannome non gli rende giustizia, cattivo su ogni pallone e tenace su ogni scatto. Gladiatore. Voto 7
Lollo: Un miracolo del portiere a meta’ partita gli nega la gioia del goal, ma non demorde, davanti e’ sempre presente, cerca di farsi spazio sulla destra e istaura una lotta personale con i difensori uscendone spesso vincitore. Intercity. Voto 8
Para:Salta e ci mette il fisico quando puo’, ma non sempre basta per fermare gli avversari. Sua e’ la tripletta, bomber indiscusso. Condor. Voto 9
Riga: Magie con i piedi, quando prende il pallone lo nasconde tra la polvere e si beve gli avversari. Tanta corsa e tanto cuore per una sfida magica anche grazie a lui. Il Mago. Voto 7.5
Difu: Lotta e aggredisce, gli piace tenere la palla per se’, ma quando la passa, ti lancia in porta, genio e sregolatezza. Fantasista. Voto 8.5
Talpa: Dietro ci mette anima, ma soprattutto corpo, qualche liscio di troppo, piedi da palombaro ma cattiveria di un mastino. Al momento giusto c’e’ e si fa sentire, comanda schemi e organizza la difesa. Il Ragioniere. Voto un degno 7
Biagio: Tanta quantita’, pressa e corre con la squadra, non rinuncia al lavoro sporco anzi ci si getta a pesce, li’ nel mezzo e’ un validissimo elemento. Guardiano. Voto 7.45
Enri: Nonostante gli scarponi regala perle e scatti di alta scuola, la sabbia non gli e’ amica ma domina il campo bruciando gli avversari. Bolt. Voto 7++
Ugo: Quando corre danza sulle punte, cerca di mettere cattiveria su tutti i palloni peccando a volte di buonismo. Ballerino. Voto 7-
Fruda: Scalpita a bordo campo, ha saggi consigli per tutti ma che spesso si perdono nel polverone. Motivatore fondamentale dell’intervallo. Il Mister. Voto 10
Pingu: Dopo la papera sul primo goal si trasforma nel portierone, subisce un’altra rete su errore difensivo, ma attento evita il terzo. Saracinesca. Voto 7
Crebbe: Un turbante davanti alla difesa, baluardo della squadra, sempre attento, re del campo. Lo Sceicco.Voto 7.5
Richi: Alza il polverone con grinta e tenacia, con la palla al piede un treno sulla fascia. L’Etiope Bianco.Voto 7.5
Filo: Ultimo uomo, ma non per importanza, i suoi interventi difensivi spazzano l’area di rigore. The Wall. Voto 8
Trava: Immola il suo sangue sul campo lottando su ogni pallone, talvolta macellaio ma con attenzione. Ruzzolone.Voto 8.5
Matteo: Gli avvoltoi si aggirano sul campo ma senza paura corre sotto il sole, la fascia è sua. Il Pirata. Voto 8
Mula: Lavora in segreto, fa il lavoro sporco e fa girare il pallone nascondendosi nella sabbia. Ninja. Voto 7
Moscio: Il soprannome non gli rende giustizia, cattivo su ogni pallone e tenace su ogni scatto. Gladiatore. Voto 7
Lollo: Un miracolo del portiere a meta’ partita gli nega la gioia del goal, ma non demorde, davanti e’ sempre presente, cerca di farsi spazio sulla destra e istaura una lotta personale con i difensori uscendone spesso vincitore. Intercity. Voto 8
Para:Salta e ci mette il fisico quando puo’, ma non sempre basta per fermare gli avversari. Sua e’ la tripletta, bomber indiscusso. Condor. Voto 9
Riga: Magie con i piedi, quando prende il pallone lo nasconde tra la polvere e si beve gli avversari. Tanta corsa e tanto cuore per una sfida magica anche grazie a lui. Il Mago. Voto 7.5
Difu: Lotta e aggredisce, gli piace tenere la palla per se’, ma quando la passa, ti lancia in porta, genio e sregolatezza. Fantasista. Voto 8.5
Talpa: Dietro ci mette anima, ma soprattutto corpo, qualche liscio di troppo, piedi da palombaro ma cattiveria di un mastino. Al momento giusto c’e’ e si fa sentire, comanda schemi e organizza la difesa. Il Ragioniere. Voto un degno 7
Biagio: Tanta quantita’, pressa e corre con la squadra, non rinuncia al lavoro sporco anzi ci si getta a pesce, li’ nel mezzo e’ un validissimo elemento. Guardiano. Voto 7.45
Enri: Nonostante gli scarponi regala perle e scatti di alta scuola, la sabbia non gli e’ amica ma domina il campo bruciando gli avversari. Bolt. Voto 7++
Ugo: Quando corre danza sulle punte, cerca di mettere cattiveria su tutti i palloni peccando a volte di buonismo. Ballerino. Voto 7-
domenica 22 dicembre 2013
Pensieri della domenica
Le immagini che i ragazzi mandano dall' Etiopia mi fanno pensare a diverse cose, soprattutto al fatto che, sia che lo vogliamo o no, apparteniamo tutti alla grande famiglia umana che abita questo pianeta.
Le nostre vite sono spesso troppo occupate a nascondere l'evidenza della semplicità nella relazione tra le persone.
Basta un sorriso e un pallone per essere sulla stessa lunghezza d'onda anche se chilometri di distanza separano le nostre esistenze, basta una chitarra per capire che nessun luogo è così lontano da non poter essere raggiunto.
I nostri figli ci stanno aiutando a capire che il cambiamento è possibile..... basta partire da noi stessi.
Buona notte e grazie Uragani
Anna
Le nostre vite sono spesso troppo occupate a nascondere l'evidenza della semplicità nella relazione tra le persone.
Basta un sorriso e un pallone per essere sulla stessa lunghezza d'onda anche se chilometri di distanza separano le nostre esistenze, basta una chitarra per capire che nessun luogo è così lontano da non poter essere raggiunto.
I nostri figli ci stanno aiutando a capire che il cambiamento è possibile..... basta partire da noi stessi.
Buona notte e grazie Uragani
Anna
Giorno 2 - Kofele
Padre Bernardo è stato categorico: la Domenica non si lavora.
Quindi il nostro servizio si è trasformato inesperienza di confronto e di osservazione nella sua missione a Kofele.
Qui ci ha accolto una piccola e giovane comunità di cristiani, appena 12 famiglie. Nella loro parrocchia, gestita dal frate romagnolo, abbiamo partecipato alla celebrazione della Santa Messa, che è stata recitata in ben tre lingue diverse.
Il momento in cui questa accoglienza si è fatta sentire più fortemente è stato lo “scambio musicale” che abbiamo avuto con coloro che assistevano alla celebrazione: loro con il canto tipico di questa terra, dal ritmo così caratteristico, accompagnato rigorosamente dal tamburo; noi con le nostre chitarre e voci e melodie del tutto diverse (Fin troppo comuni, alle nostre orecchie abituate).
La testimonianza di fede di questa piccola comunità, raccolta con il vestito della festa ben tenuto solo per le grandi occasioni, ci è giunta con tutta la sua forte semplicità, per quanto seguire la celebrazione in una lingua così estranea alla nostra sia stato comunque complesso. È difficile riprodurre le parole che Padre Bernardo ci ha donato nella sua omelia, parole di una fede in crescita, che ancora deve creare delle radici forti in un territorio che, ci è stato ripetuto più volte, è a prevalenza musulmano. Ma anche la testimonianza di uno Spirito condiviso tra tutti i cristiani del pianeta, che ci rende tutti figli di un unico Padre, il quale ha lasciato in dono a tutti i popoli della terra la sua eredità nella figura di Cristo.
Dopo aver condiviso altri canti e aver ricevuto l’accoglienza calorosa di tutta la diocesi della zona, è stata la volta del gioco e dell’allegria dei bimbi di queste famiglie. Nello stesso momento alcuni di noi hanno potuto visitare il museo etnografico della cultura Oromo, nel quale la tradizione di questo popolo ha preso forma concreta nei loro oggetti.
Anche questo significa contatto, anche questo significa capire.
Dopo un pasto frugale, pensato per avvicinarci alla loro semplicità, abbiamo visitato le strutture della missione lì a Kofele:un orto, la serra e i campi da calcio e d’atletica. In questa struttura, in particolare, si allenano i corridori olimpionici etiopi, per rafforzare la propria resistenza (visto che la particolare altitudine rende più difficoltoso il percorso).
Certo… quando abbiamo provato noi, a correre sullo stesso tracciato, sembrava fin troppo difficile.
Dopo i saluti finali ai bambini, e il consueto piccolo strappo che abbiamo subito, siamo tornati a Shashemene e qui, spinti dalle parole di Padre Bernardo, ci siamo dedicati alla seconda attività principale della Domenica, dopo il culto dello spirito: lo svago.
Ed esso ha preso forma in due modi diversi, apparentemente opposti: molte delle ragazze si sono sottoposte ad una seduta di parrucco, facendosi intrecciare i capelli nelle tradizionali treccine africane; i ragazzi, invece, hanno preferito riprendere l’allenamento fisico e raggiungere il campetto da calcio più vicino.
Quaggiù abbiamo trovato, tra il polverone alzato dai piedi scalzi dei bambini,una quindicina di ragazzini etiopi. Questa volta però, non abbiamo ceduto ai loro sguardi, o alla forza del tifo locale: Italia 4 – Etiopia 2.
Vedremo di organizzare la partita di ritorno in casa.
Questa sera è prevista una attività culturale: impareremo la lingua oromo.
A tre giorni dal Natale il nostro pensiero, e il nostro caloroso saluto, è rivolto anche a voi che leggete queste righe da casa.
Quindi il nostro servizio si è trasformato inesperienza di confronto e di osservazione nella sua missione a Kofele.
Qui ci ha accolto una piccola e giovane comunità di cristiani, appena 12 famiglie. Nella loro parrocchia, gestita dal frate romagnolo, abbiamo partecipato alla celebrazione della Santa Messa, che è stata recitata in ben tre lingue diverse.
Il momento in cui questa accoglienza si è fatta sentire più fortemente è stato lo “scambio musicale” che abbiamo avuto con coloro che assistevano alla celebrazione: loro con il canto tipico di questa terra, dal ritmo così caratteristico, accompagnato rigorosamente dal tamburo; noi con le nostre chitarre e voci e melodie del tutto diverse (Fin troppo comuni, alle nostre orecchie abituate).
La testimonianza di fede di questa piccola comunità, raccolta con il vestito della festa ben tenuto solo per le grandi occasioni, ci è giunta con tutta la sua forte semplicità, per quanto seguire la celebrazione in una lingua così estranea alla nostra sia stato comunque complesso. È difficile riprodurre le parole che Padre Bernardo ci ha donato nella sua omelia, parole di una fede in crescita, che ancora deve creare delle radici forti in un territorio che, ci è stato ripetuto più volte, è a prevalenza musulmano. Ma anche la testimonianza di uno Spirito condiviso tra tutti i cristiani del pianeta, che ci rende tutti figli di un unico Padre, il quale ha lasciato in dono a tutti i popoli della terra la sua eredità nella figura di Cristo.
Dopo aver condiviso altri canti e aver ricevuto l’accoglienza calorosa di tutta la diocesi della zona, è stata la volta del gioco e dell’allegria dei bimbi di queste famiglie. Nello stesso momento alcuni di noi hanno potuto visitare il museo etnografico della cultura Oromo, nel quale la tradizione di questo popolo ha preso forma concreta nei loro oggetti.
Anche questo significa contatto, anche questo significa capire.
Dopo un pasto frugale, pensato per avvicinarci alla loro semplicità, abbiamo visitato le strutture della missione lì a Kofele:un orto, la serra e i campi da calcio e d’atletica. In questa struttura, in particolare, si allenano i corridori olimpionici etiopi, per rafforzare la propria resistenza (visto che la particolare altitudine rende più difficoltoso il percorso).
Certo… quando abbiamo provato noi, a correre sullo stesso tracciato, sembrava fin troppo difficile.
Dopo i saluti finali ai bambini, e il consueto piccolo strappo che abbiamo subito, siamo tornati a Shashemene e qui, spinti dalle parole di Padre Bernardo, ci siamo dedicati alla seconda attività principale della Domenica, dopo il culto dello spirito: lo svago.
Ed esso ha preso forma in due modi diversi, apparentemente opposti: molte delle ragazze si sono sottoposte ad una seduta di parrucco, facendosi intrecciare i capelli nelle tradizionali treccine africane; i ragazzi, invece, hanno preferito riprendere l’allenamento fisico e raggiungere il campetto da calcio più vicino.
Quaggiù abbiamo trovato, tra il polverone alzato dai piedi scalzi dei bambini,una quindicina di ragazzini etiopi. Questa volta però, non abbiamo ceduto ai loro sguardi, o alla forza del tifo locale: Italia 4 – Etiopia 2.
Vedremo di organizzare la partita di ritorno in casa.
Questa sera è prevista una attività culturale: impareremo la lingua oromo.
A tre giorni dal Natale il nostro pensiero, e il nostro caloroso saluto, è rivolto anche a voi che leggete queste righe da casa.
Giorno 1: Godee
...dopo un viaggio
lungo più di un giorno, estenuati da una corsa in pulmino sotto il
sole, siamo finalmente arrivati a Shashemene. Ad accoglierci un
gruppo sorridente e disponibile di tre suore cappuccine e le loro
aspiranti e con un buonissimo ciambellone accompagnato da una tazza
di thè.
| per vedere la foto a dimensioni reali fare click sull'immagine, poi quando vedi la foto grande fai tasto destro - visualizza immagine, |
GIORNO 1 – Godee.
Il villaggio che ospita una delle
missioni gestite da Padre Bernardo è situato in una vallata
circondata da colline coltivate. Qui si trova una piccola cappellina
dove, appena arrivati, abbiamo trovato ad accoglierci un inaspettato
coro di bambini locali. Dopo i primi, intensissimi, sguardi e sorrisi
siamo entrati nella missione.
All’interno di un grande tendone
verde scuro Padre Bernardo, dopo averci fatto assistere alla
preghiera della piccola comunità, i cui membri hanno cantato il
Padre Nostro in oromo, ha assegnato ad ogni coppia di noi scout un
bambino o ragazzo etiope.
Scopo: insegnare loro a scrivere le
prime parole dell’ “Abbaa Keenya” (Padre Nostro). Tra quelli
che riuscivano a maneggiare agilmente una penna nera, e i bambini
che, al contrario, avevano una certa difficoltà a distinguere le
lettere, siamo riusciti tutti (o quasi…) a fare in modo che i
nostri piccoli allievi superassero l’arduo esame di Padre Bernardo.
Sicuramente, però, il momento più
toccante della nostra mattinata è avvenuto dopo la premiazione (la
consegna dei quaderni agli allievi meritevoli) e un momento di danze
e giochi: siamo stati divisi in cinque gruppi ognuno dei quali ha
avuto il privilegio di pranzare nella capanna di una famiglia locale.
Le capanne in cui siamo stati accolti,
nella maniera più calorosa che personalmente abbia mai ricevuto,
sono circolari, fatte in fango e legna. Il tetto è costruito con dei
lunghi filari di paglia intrecciata; per isolarle dal freddo sono
senza finestre e, quindi, non molta luce riesce ad entrare. Per
costruirle, ci è stato detto, ci vogliono circa due mesi.
Al loro interno l’intera famiglia,
nella maggior parte dei casi, ci ha accolto con il “piatto della
festa”: un calice di legno intarsiato che viene regalato alla
coppia che si sposa. Dentro di esso si cucina un piatto tipico dalla
consistenza tipica della polenta ma dal sapore… … indescrivibile.
Anche noi abbiamo provato a rispondere
alla cortesia di un’accoglienza così enormemente generosa, per
quanto essenziale, con dei piccoli doni. Alcuni di noi sono stati
salutati con un altro canto, altri ancora hanno fatto foto alla
famiglia che li ha accolti, e alla loro casa… ma ciò che più ci
ha colpiti è stato lo sguardo, incapace di dire altro se non: sono
contento che tu sia qui.
Dai loro gesti, dalle loro stentate
parole in un incerto inglese si capiva chiaramente quanto la nostra
presenza fosse un onore immenso che regalavamo alla loro umile
dimora. Alcuni di noi si sono sentiti persino a disagio quando, prima
di servirci il pasto, ci hanno lavato le mani con una brocca d’acqua.
Dopo aver assaporato questi nuovi
gusti, e questa nuova cortesia, abbiamo raggiunto nuovamente la
missione dove, dopo tanti saluti e una quantità innumerevole di
foto, ci siamo dovuti salutare. E qui… le piccole manine nere,
sporche magari di terra, facevano una gran fatica ad allontanarsi
dalle nostre, bianche e pulite con l’Amuchina in gel.
Staccarsi da quei volti è stato forse il primo, grosso, strappo che
abbiamo subito… pur certi che, nel corso del nostro viaggio, saremo
costretti a viverne altri.
Alla fine, mentre il nostro pulmino
ripartiva, rimanevano i bambini a rincorrerci nel polverone.
è arrivata una lunga email...
E' arrivata una email corposa....
ma dovrete aspettare fin dopo la messa: asesso devo andare!
Vi anticipo solo che c'è una bella foto e una lunga lettera scritta dai ragazzi.
ci riscriviamo/rileggiamo dolo le 11:30
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